Patrizia Casamirra
PHOTOGRAPHY and JEWELS DESIGN

Women in wartime


[ita]
Women in Wartime – Testimoni d’amore e guerra
Nel mondo, ci sono stati e continuano ad esserci molti conflitti che devastano intere popolazioni. In questo scenario, il ruolo della donna è quello più penalizzato, sia durante i conflitti che dopo. Una cultura che in Occidente ha origini arcaiche, derivate da popoli patriarcali che, tra il 7.000 e il 1.200 A.C., invasero e sottomisero, in diverse ondate, le pacifiche popolazioni paritarie europee, dedite ai culti femminili della Grande Madre. Significative citazioni dell’avvento di questa nuova modalità di pensiero prevaricatrice si ritrovano persino nel pensiero biblico. Recita l’Antico Testamento: “Non ucciderai, non desidererai la donna d’altri se non in terra straniera. Poi passerai tutti gli uomini alla spada e le donne le prenderai come bottino”. Le donne perdono tutto: i figli, il marito, la casa, soprattutto la propria dignità di essere umano, rimanendo sole ad affrontare il dramma psicologico ed esistenziale della propria vita. Proprio da questo si vede la forza e la capacità tutta femminile di reagire e combattere contro le ingiustizie, con la nascita di associazioni in tutto il mondo, che hanno una straordinaria solidarietà capillare, capace di intervenire e talvolta di ribaltare le sorti di un’ intera nazione. Fotografare queste donne oggi significa recuperare sguardi perduti, echi di antiche civiltà e di un passato forse rimosso, riflessioni profonde sul valore dell’esistenza, storie esemplari di lotta per la sopravvivenza, la giustizia, la verità, la pace. Nel rispetto e nel riconoscimento delle differenze, in ogni parte del mondo le emozioni e i sentimenti trasmessi dalle donne che ho incontrato sono uguali, non c’è nessuna differenza, a conferma dell’idea che ho sempre condiviso dell’ unità del genere umano, non soltanto nella sua storia biologica, ma anche in quella spirituale. In tutto il mondo ci sono moltissime donne che lavorano ogni giorno senza preoccuparsi della propria sicurezza e della propria incolumità; lavorano per la riconciliazione, chiedono giustizia e ricostruzione dove c’è stata distruzione, lavorano in prima linea in luoghi dove regnano situazioni di crisi e di guerra.
Il progetto intende mettere in luce l’importanza del lavoro di queste donne, altrimenti invisibile. Ringrazio tutte “le mie signore” per i sorrisi, le lacrime, le risate, gli abbracci, per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme… Per aver condiviso la loro vita con la mia.


[eng]
Women in Wartime
Throughout the world, wars and conflict have devastated, and continue to devastate, entire populations. In these situations, women suffer most, both during the war and when the fighting ends. A culture that, in the west, has archaic origins, deriving from patriarchal groups that, in a series of waves between 7000 and 1200 BC, invaded and subjected the peaceful egalitarian peoples of Europe, devoted to the female-centered cults of the Great Mother. The Old Testament of the Bible itself makes significant reference to this new abuse of power. In contrast to the commandments, “You shall not kill” and “You shall not covet your neighbor’s wife”, the following verses appear (Deuteronomy 20): You shall put all its males to the sword, but you may take the women, the dependants, and the cattle for yourselves, and plunder everything else in the city […] This is what you shall do to cities at a great distance, as opposed to those which belong to nations near at hand. Women lose everything they have: their children, their husbands, their homes. More than anything, they lose their dignity, left alone to face the psychological and existential drama of their own lives. But it is precisely in this drama that women find the strength and capacity to react, and to fight injustice. Such women have created and continue to create associations throughout the world, an extraordinary network of solidarity with the power to intervene and even, at times, transform the destiny of an entire nation. Photographing these women today is one way of reclaiming lost gazes, echoes of ancient civilizations and a past that may be suppressed, complex reflections on the value of existence, exemplary stories of the struggle for survival, justice, truth and peace. While recognizing and respecting cultural difference, the emotions and the feelings conveyed by the women I have met throughout the world are identical. There is no difference. This confirms my own deep-seated belief in the unity of the human race, not only in its biological development, but also in its spiritual history. All over the world, there are women who work each day without any thought of their own safety. They work for reconciliation. They seek justice and reconstruction where there has been destruction. They work in the front line, surrounded by crisis and war. I'm grateful to all "my ladies" for the smiles, tears, laugher, hugs, and the time we spent togheter... for sharing their lives with mine.


E.S.M.A. Buenos Aires, Argentina, ex centro di tortura e detenzione clandestina  E.S.M.A. ex torture and clandestine detention centre, Buenos Aires, Argentina
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E.S.M.A. Buenos Aires, Argentina, ex centro di tortura e detenzione clandestina E.S.M.A. ex torture and clandestine detention centre, Buenos Aires, Argentina
ARGENTINA

ita
Nel 1973 Perón ritornò alla presidenza, morto dopo un anno, la sua terza moglie Isabel, gli successe in carica fino al golpe militare del 24 marzo 1976. Il governo militare represse l'opposizione e i gruppi di sinistra usando aspre misure illegali (la "Guerra Sporca”), migliaia di dissidenti "scomparvero”, mentre il SIDE cooperò con la DINA e altri servizi segreti sudamericani, e con la CIA nell'Operazione Condor. La “Guerra sporca”, la soluzione finale Argentina al problema del terrorismo di sinistra, diventò una sinistra campagna di assasinii contro le idee, gli ideali. Il governo militare riempì i suoi centri di detenzione con dissidenti, sindacalisti, riformatori sociali, attivisti dei diritti umani, preti, pacifisti, donne incinte, attori, scrittori, avvocati, insegnanti, psicologi, lavoratori,casalinghe, parenti, amici, spariti senza lasciare alcuna traccia. Si ritiene che fra il 1976 e il 1983 in Argentina, sotto il regime militare, siano scomparse circa 30.000 persone. Una volta arrestate, le vittime erano rinchiuse in luoghi segreti di detenzione, circa 340 in tutto il paese, senza alcun processo, quasi sempre torturate. Solo in pochi casi, dopo un processo sommario, senza alcuna reale garanzia legale, gli arrestati erano rimessi in libertà. Con la sconfitta inflitta dai britannici nella Guerra delle FalKland nel 1982, cade il regime militare argentino.

eng
In 1973, Perón returned to the presidency, but died in 1974. His third wife Isabel, succeeded him in office, until the military coup of 24 March 1976 removed her from office. The military government repressed opposition and terrorist leftist groups, using harsh illegal measures (the "Dirty War"); thousands of dissidents "disappeared", while the SIDE cooperated with DINA and other South American intelligence agencies, and with the CIA in Operation Condor. The Dirty War, Argentina's ultimate solution to the problem of extreme-left terrorism, turned out to be a sinister, murderous campaign against ideas and beliefs. The military government filled its secret detention centers with dissidents, trade unionists, social reformers, human rights activists, nuns, priests, pacifists, psychologists, journalists, students, pupils, teachers, lawyers, actors, workers, housewives, parents, friends, who then vanished without a trace. About 340 secret detention centers operated throughout Argentina between 1976 and 1983. Based on the above, we estimate the number of victims killed by the Argentine military juntas and their accomplices during the 1976-1983 era, to be 30,000 persons. There is also a very large number of people who were "disappeared" for a few weeks or months but released while still alive, after suffering torture. The country's 1982 defeat by the British in the Falklands War discredited the Argentine military regime. Democracy was restored in 1983.
Chicha Mariani - La Plata, Argentina Fondatrice delle “Abuelas de Plaza de Mayo” e del gruppo”Anahi”- Founder of “Abuelas de Plaza de Mayo” and the ”Anahi” group
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Chicha Mariani - La Plata, Argentina Fondatrice delle “Abuelas de Plaza de Mayo” e del gruppo”Anahi”- Founder of “Abuelas de Plaza de Mayo” and the ”Anahi” group
(ita)
Mia nipote Clara, di tre mesi appena, fu sequestrata... dei testimoni l’hanno vista portare via. La sto ancora cercando, dopo 30 anni. Sono sicura che è viva.
Gli amici in città hanno cominciato ad evitarmi, per paura, per insensibilità, per scelta politica. Si sono comportati come buona parte degli argentini: “se è successo, una ragione ci sarà”, chiudendo gli occhi sul genocidio in atto nel paese.
La prima volta che siamo state in Italia per la nostra causa, eravamo eccitate e piene di speranza. Siamo state portate in tutta fretta in Vaticano e ricevute dal Papa, con i sacchetti del- la spesa appena fatta. Prima di entrare ci siamo guardate e siamo scoppiate a ridere: in quei saloni eleganti, sembravamo delle normali madri di famiglia con le buste in mano.

(eng)
My niece Clara, who was only three months old, was seized. People saw her being taken away. I’m still looking for her, thirty years later. I’m sure that she’s still alive.
My friends in town began to avoid me, out of fear or lack of sensitivity, or political choice. They behaved like a lot of other Argentineans: ‘If so- mething’s happened, there must be a reason for it”. They closed their eyes to the genocide that was taking place in the country. The first time we brought our battle to Italy, we were excited and hopeful. We were taken straight to the Vatican and received by the Pope, with our shopping only just done. Before going in we looked at ourselves and burst out laughing. In those elegant rooms, we looked just like ordinary housewives, with our shopping bags in our hands.
Silvia Cavecchia - La Plata, Argentina Impiegata al Dipartimento del Folklore della provincia di Bs. As. Office worker at the Folklore Department in the province of Buenos Aires.
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Silvia Cavecchia - La Plata, Argentina Impiegata al Dipartimento del Folklore della provincia di Bs. As. Office worker at the Folklore Department in the province of Buenos Aires.
ita
Ho condiviso la mia prigionia con molti desaparecidos. Sono stati giorni eterni. Pensavo alla mia famiglia, ai miei compa- gni... a volte sentivo che non avrei mai più rivisto il sole.
I militari disprezzavano la vita. Non mi sono riconciliata con loro e non lo farò mai.
Continuo a lottare perchè i colpevoli del genocidio siano pro- cessati e puniti. Mai vorrò dimenticare, perché non si ripe- ta la stessa storia... e mai potrò tornare ad una vita normale. Quando mi hanno liberata ero un misto di allegria, tristezza e domande... soprattutto una: “perché io mi sono salvata e gli altri no?” Ancora oggi non ho risposte.

eng
I shared my imprisonment with many desaparecidos. The days were en- dless. I thought about my family, my comrades... Sometimes I thought I’d never see the sun again.
The soldiers despised life. I’ve never been reconciled with them and I never will be. I’ll carry on fighting until the people responsible for that genocide are taken to court and tried. I’ll never want to forget, because such a thing must never happen again... and I’ll never lead a normal life. When they freed me I was a mixture of joy and sadness and questions, one above all: ‘Why have I been saved and others not?’ I still don’t know the answer.
Munu Actis Goretta - Buenos Aires, Argentina Disegnatrice di murales - Mural artist
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Munu Actis Goretta - Buenos Aires, Argentina Disegnatrice di murales - Mural artist
ita
Doveva esserci qualcosa di morboso in loro... Quello che non ho mai potuto comprendere fino in fondo, è come un essere umano possa infliggere tanto dolore ad un altro essere...
Nel mio momento di depressione profonda non volevo più appartenere al genere umano... non potevo riconoscermi in tanta atrocità, io.
Ho ripreso a vivere e a lavorare, disegno murales nel mio pae- se e all’estero. Ma di un’esperienza così al limite, alcuni giorni il ricordo è pesante... altri meno. È un segno che non si can- cella. Penso a tutti gli amici che ho perso: di quegli anni me ne sono rimasti solo un paio.

eng
They must have been sick. I’ve never been able to understand how one human being can inflict so much pain on another...
At my most depressed I no longer wanted to belong to the human race. I couldn’t reconcile myself to such atrocities.
I started to live again, to work. I paint murals at home and abroad. But an experience as extreme as that leaves a mark that won’t be rubbed out. Some days are worse than others. I think of all the friends I’ve lost. Only a couple are left from those years.
Nilda Eloy - La Plata, Argentina Commerciante, attrice militante, membro dell’ Associazione “ Ex Detenuti Desaparecidos”- Shopkeeper, militant actress, member of the association “Ex Prisoners Desaparecidos”
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Nilda Eloy - La Plata, Argentina Commerciante, attrice militante, membro dell’ Associazione “ Ex Detenuti Desaparecidos”- Shopkeeper, militant actress, member of the association “Ex Prisoners Desaparecidos”
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Lo scopo della mia vita è mettere insieme i ricordi, le sensa- zioni di quel periodo, cercare i responsabili di quello che è accaduto, finché giustizia non sarà fatta.
Lavoro in un chiosco di merci varie, ma nel retro c’è la mia vera attività: il mio computer, con i dati accumulati in tanti anni di ricerche. Collaboro con altre donne sopravvissute, che vanno e vengono con nuove informazioni, appuntamenti e te- stimoni. Allestisco spettacoli teatrali per coinvolgere i giovani e fargli capire davvero cosa è successo ai loro genitori.

eng
The purpose of my life is to gather together the memories and the sensa- tions of that period, to seek out those responsible for what happened, to see that justice has been done. I work in a kiosk selling all kinds of things, but my real work is in the back: my computer, with all the data I’ve collected in years of research. I work with other women survivors, who come and go with information, notes, first-hand accounts.
I organize theatrical events to involve young people and make them under- stand what really happened to their parents.
Cristina Gioglio - La Plata, Argentina Fisioterapista, Membro dell’Associazione “Ex Detenuti Desaparecidos”- Physiotherapist, Member of the association “Ex Prisoners Desaparecidos”
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Cristina Gioglio - La Plata, Argentina Fisioterapista, Membro dell’Associazione “Ex Detenuti Desaparecidos”- Physiotherapist, Member of the association “Ex Prisoners Desaparecidos”
ita
Oggi gli effetti di quello che ho vissuto mi appaiono di tanto in tanto, specialmente nei legami familiari... qualche giorno pago un alto costo emotivo ma, nonostante ciò, continuo la scommessa della vita.
Che significa chiedere di dimenticare... non vogliamo dimen- ticare ma ricordare, disseppellire la memoria per trasformarla in lotta permanente, perché i colpevoli finiscano in carcere e i compagni scomparsi riappaiano vivi in ogni sopravvissuto e nella società intera.

eng
Today the effect of what I’ve lived through comes back to me every now and again, above all in my relationships with my family... Some days I pay a high emotional price but, despite this, I continue this to with this challenge. What does it mean to ask someone to forget? We don’t want to forget but to remember, to unearth our memory and transform it into a constant fight to ensure that the guilty are imprisoned and that the comrades we have lost are returned to us, alive, in every survivor and in society as a whole.
Nilda Eloy - La Plata, Argentina Commerciante, attrice militante, membro dell’ Associazione “ Ex Detenuti Desaparecidos”- Shopkeeper, militant actress, member of the association “Ex Prisoners Desaparecidos”
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Nilda Eloy - La Plata, Argentina Commerciante, attrice militante, membro dell’ Associazione “ Ex Detenuti Desaparecidos”- Shopkeeper, militant actress, member of the association “Ex Prisoners Desaparecidos”
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Lo scopo della mia vita è mettere insieme i ricordi, le sensa- zioni di quel periodo, cercare i responsabili di quello che è accaduto, finché giustizia non sarà fatta.
Lavoro in un chiosco di merci varie, ma nel retro c’è la mia vera attività: il mio computer, con i dati accumulati in tanti anni di ricerche. Collaboro con altre donne sopravvissute, che vanno e vengono con nuove informazioni, appuntamenti e te- stimoni. Allestisco spettacoli teatrali per coinvolgere i giovani e fargli capire davvero cosa è successo ai loro genitori.

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The purpose of my life is to gather together the memories and the sensa- tions of that period, to seek out those responsible for what happened, to see that justice has been done. I work in a kiosk selling all kinds of things, but my real work is in the back: my computer, with all the data I’ve collected in years of research. I work with other women survivors, who come and go with information, notes, first-hand accounts.
I organize theatrical events to involve young people and make them under- stand what really happened to their parents.
Madres de Plaza de Mayo, Buenos Aires, Argentina
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Madres de Plaza de Mayo, Buenos Aires, Argentina
Ford Falcon, Argentina, macchina usata per rapire i “desaparecidos”  Ford Falcon, car used to abduct the “desaparecidos”, Argentina
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Ford Falcon, Argentina, macchina usata per rapire i “desaparecidos” Ford Falcon, car used to abduct the “desaparecidos”, Argentina
Rio della Plata, Argentina, fiume dove gettavano i “Desaparecidos” con i “voli della morte” 
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Rio della Plata, Argentina, fiume dove gettavano i “Desaparecidos” con i “voli della morte” 
Garage Olimpo, Buenos Aires, Argentina, ex centro di tortura e detenzione clandestina  Garage Olimpo, ex clandestine detention and torture centreBuenos Aires, Argentina
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Garage Olimpo, Buenos Aires, Argentina, ex centro di tortura e detenzione clandestina Garage Olimpo, ex clandestine detention and torture centreBuenos Aires, Argentina
Club Atletico, Buenos Aires, Argentina, ex centro di tortura e detenzione clandestina Club Atletico, ex clandestine detention and torture centre, Buenos Aires, Argentina
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Club Atletico, Buenos Aires, Argentina, ex centro di tortura e detenzione clandestina Club Atletico, ex clandestine detention and torture centre, Buenos Aires, Argentina
Sarayevo, Bosnia
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Sarayevo, Bosnia
BOSNIA

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Le elezioni parlamentari del 1990 hanno portato alla formazione di un’assemblea nazionale retta da tre partiti fondati etnicamente, i quali hanno a loro volta creato un’ampia coalizione per spodestare i comunisti dal potere. Le successive dichiarazioni di indipendenza di Croazia e Slovenia , e la guerra che ne seguì posero Bosnia ed Erzegovina ed il popolo elettore in una scomoda posizione. Una dichiarazione di sovranità popolare dell’ottobre 1991 fu seguita da un referendum per l’indipendenza della Jugoslavia nel febbraio e marzo 1992, boicottato dalla maggioranza dei Serbo Bosniaci. Bosnia ed Erzegovina divennero stati indipendenti. Il riconoscimento a livello internazionale di Bosnia ed Erzegovina accresceva la pressione diplomatica sull’Esercito del Popolare Jugoslavo (JNA). Armato ed equipaggiato dalle scorte del JNA in Bosnia, sostenuto dai volontari e dalle varie forze paramilitari dalla Serbia, e ricevendo consistente supporto umanitario, logistico e finanziario dalla Repubblica Federale di Jugoslavia, le offensive della Republika Srpska del 1992 riuscirono a piegare gran parte del paese sotto il proprio controllo. Per il 1993, quando il conflitto armato scoppiò tra il governo di Sarajevo ed il piccolo stato croato di Bosnia-Erzegovina, circa il 70% del paese era sotto il controllo della Republika Srpska. Nel marzo 1994, la firma degli accordi di Washigton tra i capi del governo repubblicano e la Bosnia-Erzegovina portarono all’unione bosnio-croata Federazione di Bosnia-Erzegovina. Questo, insieme all’indignazione internazionale per le atrocità ed i crimini di guerra della Serbia (in particolare si sottolinea il genocidio di più di 8.000 uomini bosniaci in Srebrenica nel luglio del 1995), alla fine ha ribaltato il corso della guerra. La firma dell’accordo di Dayton a Dayton, Ohio, mise un fermo ai combattimenti, ristabilendo bruscamente la struttura di base dello stato ad oggi.

eng
The 1990 parliamentary elections led to a national assembly dominated by three ethnically based parties, which had formed a loose coalition to oust the communists from power. Croatia and Slovenia's subsequent declarations of independence and the warfare that ensued placed Bosnia and Herzegovina and its three constituent peoples in an awkward position. A declaration of sovereignty in October 1991 was followed by a referendum for independence from Yugoslavia in February and March 1992, boycotted by the great majority of Bosnian Serbs. Bosnia and Herzegovina became an independent state. International recognition of Bosnia and Herzegovina increased diplomatic pressure on the Yugoslav People's Army. Armed and equipped from JNA stockpiles in Bosnia, supported by volunteers and various paramilitary forces from Serbia, and receiving extensive humanitarian, logistical and financial support from the Federal Republic of Yugoslavia, Republika Srpska's offensives in 1992 managed to place much of the country under its control. By 1993, when an armed conflict erupted between the Sarajevo government and the Croat statelet of Herzeg-Bosnia, about 70% of the country was controlled by Republika Srpska. In March 1994, the signing of the Washington accords between the leaders of the republican government and Herzeg-Bosnia led to the creation of the joint Bosnian-Croat Federation of Bosnia and Herzegovina. This, along with international outrage at Serb war crimes and atrocities (most notably the genocidal killing of more than 8,000 Bosnian males in Srebrenica in July, 1995), eventually turned the tide of war. The signing of the Dayton Agreement in Dayton, Ohio, roughly establishing the basic structure of the present-day state.
Kada Hotic - Sarayevo, Bosnia Vicepresidente dell’ Associazione “Madri di Srebrenica” -Deputy President of the Association “Mothers of Srebrenica”
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Kada Hotic - Sarayevo, Bosnia Vicepresidente dell’ Associazione “Madri di Srebrenica” -Deputy President of the Association “Mothers of Srebrenica”
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...Tutte noi donne che siamo sopravvissute, siamo coscienti che le nostre vite sono distrutte, che questa è la vita senza gioia... chiunque abbia vissuto un’esperienza del genere vive la vita che non è vita. L’unico errore che hanno commesso è che ci hanno lasciate vive, perché possiamo testimoniare, perchè possiamo svegliare le coscienze della gente e preve- nire che si ripeta. Continuano a ripeterci: <dimenticate, biso- gna pensare al futuro>, ma noi, semplicemente non siamo in grado di dimenticare. Possiamo vivere con tutti, indipenden- temente dall’ etnia o dalla religione, ma solo a patto che il crimine si condanni insieme. Le guerre sono stupide, incivili, primitive, abbiamo vissuto insieme e possiamo farlo ancora, ma per vivere insieme dobbiamo, egualmente insieme, perce- pire e condannare il crimine.

eng
All we women who have survived are aware that our lives have been de- stroyed, that what we have now is a life without joy... Whoever survives experiences of this type lives a life that isn’t life. The only mistake they made is to have let us live, because we are witnesses, because we can awake the conscience of the people and stop it happening again.
They keep saying to us: ‘Forget, you’ve got to think of the future.’ But we simply aren’t able to forget. We can live with everyone, regardless of ethnic origin or religion, but only if together we condemn the crime that has been committed. Wars are stupid, uncivilized, primitive, we’ve lived through it together and we could do it again, but if we want to live together as equals we have to recognize and condemn that crime.
Suhra Malic - Srebrenica, Bosnia Contadina, membro dell’Associazione “Madri di Srebrenica” - Agricultural worker, member of the Association “Mothers of Srebrenica”
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Suhra Malic - Srebrenica, Bosnia Contadina, membro dell’Associazione “Madri di Srebrenica” - Agricultural worker, member of the Association “Mothers of Srebrenica”
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..Ho resistito fino all’ultimo... sparavano continuamente sulla casa... non volevo lasciare la mia terra da lavorare. Ho perso tre figli e tutti i fratelli, è rimasto solo mio marito anziano... Ora che gli uomini di famiglia non ci sono più, sono rimasta io sola a coltivare, faccio del mio meglio perché questa ter- ra è la mia vita, ma avrei bisogno di aiuto per non mandare in malora tutto il terreno. Essendo stata la prima a tornare, ospito a casa i profughi che stanno rientrando, recentemente ho ospitato per un mese dieci donne che hanno perso i propri cari... ho cucinato per loro, mi sono presa cura di loro mentre ricostruivano le loro case.

eng
...I held out till the very end... They were shooting at the house... I didn’t want to leave the land I worked on. I lost three children and all my brothers and sisters, all I have left is my husband, an old man... Now that all the other men in the family are gone, I’m the only one left to work the land. I do my best because this land is my life, but I need some help to stop it all going to waste. As I was the first to come back, I invite the returnees to my house. I’ve just had ten women staying here for months, they’d lost their families... I cooked for them, I looked after them while they rebuilt their homes.
Esnija Hundo Semsakrso - Sarayevo, Bosnia
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Esnija Hundo Semsakrso - Sarayevo, Bosnia
Segretaria dell’Associazione “Donne Vittime di guerra”- Secretary of the Association “Women Victims of War

(ita)
...Mio figlio riporta tuttora i traumi della paura che ha avuto guardando la sorellina minacciata di morte; con mio mari- to in prigione interrogavano me per avere informazioni... mi sembrava che la lama di quel coltello brillasse talmente tanto che avrei potuto specchiarmici. Sono tornata recentemente a Foca nel luogo dove le donne subivano violenza, una bellis- sima moschea, praticamente rasa al suolo. Non riuscivo ad avvicinarmici, non stavo in piedi per quanto tremavo. Rashid mi sorreggeva e mi diceva di calmarmi, che tutto era passato e che io ero abbastanza forte per essere lì, per ricordare.
Sono state uccise circa 1.800 persone in quel posto. Ho una specie di registro su queste persone. Lo faccio per me, per me soltanto, perché ho vissuto questa perdita sulla mia pelle.

(eng)
My son still suffers from the shock of the fear he felt when he saw his little sister threatened with death... When my husband was in prison they in- terrogated me for information... I remember thinking that the blade of the knife was so shining bright I could have seen myself in it.
Not long ago I went back to Foca, to the place where so many women had been treated with brutality, a beautiful mosque practically razed to the ground. I couldn’t go near it, I was shaking so much I couldn’t stand. Rashid held me up and told me to calm down, it was all over now, I was strong enough to be there, to remember.
Around 1,800 people were killed in that place. I’ve got a kind of register of these people, I keep it for myself and no one else, because I’ve lived their loss on my own skin.
Bakira Hasecic - Sarayevo, Bosnia
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Bakira Hasecic - Sarayevo, Bosnia
Impiegata al comune di Sarayevo, Presidente Associazione”Donne vittime di guerra”, Responsabile dei processi contro i crimini di guerra del Tribunale di Stato e del Tribunale dell’Aja
Office worker at Sarajevo Council, President of the Association “Women Victims of War”, In charge of war crime trials at the State Court and the International Court of Justice at the Hague

(ita)
...Il trauma più grande è stato apprendere la notizia di come è morta mia sorella, solo da poco sono riuscita ad ottenere la verità su quello che è successo e a renderlo pubblico. Final- mente potrò farle un funerale adeguato. La sua casa l’aveva- no adibita a bordello dove succedeva di tutto... mia sorella è stata decapitata, la sua testa è stata esposta in finestra come monito per le altre donne bosniache... è stato uno shock tre- mendo. Quello che è capitato a me non è stato nulla in con- fronto a quello che è successo ad altre donne. Il mio unico scopo e lavoro è quello di vedere tutti I criminali arrestati e trovare giustizia.

(eng)
The biggest trauma was finding out how my sister had died, I’ve only re- cently been able to discover exactly what happened and to render it public. I’ll finally be able to give her a proper funeral. Her house had been turned into a brothel, everything went on there... My sister was decapitated, they put her head in the window as a warning to other Bosnian women... It was an awful shock.
What’s happened to me is nothing compared with what’s happened to other women. My only purpose in life now is to see all these criminals arrested and brought to justice.
Amra Medijuseljac - Campagna Sarayevo, Bosnia
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Amra Medijuseljac - Campagna Sarayevo, Bosnia
Ricamatrice-Embroiderer

(ita)
...Mio marito è stato ucciso all’ inizio della guerra, il nostro piccolo Haris aveva appena due mesi quando in una casa, in- sieme ad altre quattro donne e i loro bambini subivamo ogni tipo di violenze. Finita la guerra siamo andati nella campagna di Sarayevo, abbiamo vissuto per un anno in un capanno per la legna, finche un giorno mio figlio ormai tredicenne, ha co- minciato a non andare più a scuola perché i suoi compagni lo deridevano per come viveva, poi è scappato...
Dopo averlo ritrovato, ho chiesto aiuto all’ Associazione “Don- ne vittime di Guerra”... Grazie a loro, ora vivo in una casa co- struita proprio per noi. Porto ancora i segni sul corpo di quei giorni, ma la vita continua... sono orgogliosa della mia casa, riesco a coltivare un piccolo orto e degli splendidi fiori.

(eng)
My husband was killed at the start of the war. Our son Haris was only two months old when we were taken to a house and subjected to every kind of violence, along with four other women and their children.
After the war we went to the countryside round Sarajevo, we lived in a woodshed for a year. My son was thirteen years old when he stopped going to school because the other boys made fun of him because of the way we lived. Then he ran awa...
When I found him again, I asked the “Women Victims of War” Association for help... Thanks to them, I’m living in a house that was built for us. I still bear the signs on my body of those days, but life goes on... I’m proud of my house, I’ve managed to make a small garden to grow vegetables and beautiful flowers.
Campagna Srebrenica, Bosnia - On the road, Srebrenica, Bosnia
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Campagna Srebrenica, Bosnia - On the road, Srebrenica, Bosnia
Palazzo del parlamento, Sarayevo, Bosnia - Parliament building, Sarayevo, Bosnia
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Palazzo del parlamento, Sarayevo, Bosnia - Parliament building, Sarayevo, Bosnia
Memoriale di Potocari, Bosnia - Potocari memorial, Bosnia
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Memoriale di Potocari, Bosnia - Potocari memorial, Bosnia
Sarayevo, Bosnia
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Sarayevo, Bosnia
Sarayevo, Bosnia
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Sarayevo, Bosnia
Strada, Guatemala - On the Road to Chichicastenango, Guatemala
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Strada, Guatemala - On the Road to Chichicastenango, Guatemala
GUATEMALA

ita
Nel 1982 quattro gruppi di guerrilla, l’EGP. L’ORPA, il FAR e il PGT, si unirono a formare l’URNG, influenzati dalla guerrilla salvadoregna FMLN, la nicaraguense FSLN ed il governo di Cuba, per diventare più forti le conseguenza delle attività terroristiche delle guerrillas, insieme alle presunte violazioni dei diritti umani da parte dell’esrecito durante l’era della “terra bruciata”, più di 45.000 guatemaltechi lasciarono il paese per andare in Messico. Nel 1992, il premio Nobel per la pace fu dato a Rigoberta Menchú, un’indigena ex-terrorista (URNG) ed attivista per i diritti umani, per i suoi sforzi nel portare l’attenzione internazionale sul genocidio sponsorizzato dal governo contro la popolazione indigena. I sanguinosi 35 anni della guerra di repressione ebbero termine nel 1996 con un accordo di pace tra le guerrille ed il governo del presidente Álvaro Arzú, negoziato tra le Nazioni Unite attraverso un intensa intermediazione da parte delle nazioni pro-guerrilla, come la Norvegia o la Spagna. Ambedue le parti fecero importanti concessioni. I combattenti della guerrilla cedettero le armi e ricevetter terra da lavorare. Secondo la Commissione Verità, patrocinata dalle Nazioni Unite, le forze governative e paramilitari furono responsabili per oltre il 93% delle violazioni dei diritti umani durante la guerra. Durante i primi 10 anni, le vittime del terrorismo sponsorizzato dallo stato furono principalmente studenti, lavoratori, professionisti e figure dell’opposizione con inclinazioni comuniste; ma negli ultimi anni sono state migliaia di contadini maya e di non combattenti, generalmente associati (per scelta o per forza) con i terroristi (URNG). Più di 450 villaggi maya furono ditrutti e più di 250.000 persone divennero rifugiati. In alcune aree, come Baja Verapaz, la Commissione Verità ha ritenuto che lo stato guatemalteca si sia impegnato per una linea di genocidio contro particolari gruppi etnici. Nel 1999, l’allora presidente USA Bill Clinton dichiarò che gli Stati Uniti aveva sbagliato nel sostenere l’esercito guatemalteca che prese parte al brutale sterminio civile.

eng
In 1982 four guerrilla groups, EGP, ORPA, FAR and PGT, merged and formed the URNG, influenced by the Salvadoran guerrilla FMLN, the Nicaraguan FSLN and the Government of Cuba, in order to become stronger. As a result of the terrorist activities of the guerrillas, along with the Army's alleged human rights violations during the "scorched earth" era, more than 45,000 Guatemalans left the country for Mexico. In 1992, the Nobel Peace Prize was awarded to Rigoberta Menchú, an indigenous ex-terrorist (URNG) and human rights activist, for her efforts to bring international attention to the government-sponsored genocide against the indigenous population. The bloody 35-year war of repression ended in 1996 with a peace accord between the guerrillas and the government of President Álvaro Arzú, negotiated by the United Nations through intense brokerage by pro-guerrilla nations like Norway and Spain. Both sides made major concessions. The guerrilla fighters disarmed and received land to work. According to the UN-sponsored Truth Commission, government forces and paramilitaries were responsible for over 93% of the human rights violations during the war. During the first 10 years, the victims of state-sponsored terror were primarily students, workers, professionals, and opposition figures of communist tendencies, but in the final years they were thousands of mostly rural Mayan farmers and non-combatants, generally associated (by choice or force) with the terrorists (URNG). More than 450 Mayan villages were destroyed and over 250,000 people became refugees. In certain areas, such as Baja Verapaz, the Truth Commission considered that the Guatemalan state had engaged in an intentional policy of genocide against particular ethnic groups. In 1999, the then US president Bill Clinton stated that the United States was wrong to have provided support to the Guatemalan military forces that took part in the brutal civilian killings.
Teresa Alvarado - Rabinal, Guatemala
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Teresa Alvarado - Rabinal, Guatemala
Contadina - Agricultural worker

(ita)
...Una sera, mentre dormivamo, sono entrati, erano tantissimi che sembrava una mandria di animali... entravano da tutte le parti... da quel momento cominciarono a uccidere tutti da- vanti alle proprie case, prendendo tutto quello che trovavano. Quella notte mi hanno ucciso tre fratelli. Quello che è suc- cesso alla mia famiglia, quello che abbiamo subito, non si di- mentica, è dura... ci fa male al cuore.
Hanno fatto male ai bambini, alle donne... per questo stiamo soffrendo, per questo non riusciamo più a lavorare la terra e non ci sono più piogge.
Gli uomini lavorano, seminano quello che hanno, nei posti più alti in montagna, ora stanno meglio. Abbiamo sofferto tanto e sicuramente c’è qualcuno che ha sofferto di più. Vi ringrazio di essere venute e spero non dimenticherete mai che siete state qui con noi, con i miei compagni.

(eng)
...One evening, while we were asleep, they came in, there were so many of them it was like a pack of beasts... they went everywhere... From that moment on, they started to kill everyone in front of their houses, they took everything they found. That night they killed three of my brothers. What they did to my family, what we lived through, these aren’t things you forget, it’s hard... it hurts the heart. They harmed the children, women.. that’s why we suffer, that’s why we can’t work the land any longer and it doesn’t rain any more. The men work, they sow what they have in the highest parts of the mountains, they’re better off there. We’ve suffered so much and no doubt there are people who’ve suffered even more. Thank you for coming and I hope that you won’t forget that you’ve been here with us, with my comrades.
Hilda Morales Trujillo - Città di Guatemala, Guatemala
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Hilda Morales Trujillo - Città di Guatemala, Guatemala
Avvocato - Docente universitaria: Diritti della famiglia, Diritti della donna e Diritti Umani
Lawyer and University Lecturer in Family Rights, Women’s Rights, and Human Rights

(ita)
Sono nata a Flores, ho una figlia, un figlio e dei nipoti a cui auguro di vivere in una società più giusta. In un paese come il Guatemala dove un aggressore può redimere la sua colpa se sposa l’aggredita, il mio obiettivo è che si riconosca alle donne il diritto di chiedere giustizia quando sono vittime di abusi. Ho scritto molti saggi sui temi sociali e politici, e descrivo il nostro dolore ancestrale attraverso la poesia.

"Ore di morte ore di vita"

Fino all’ora della nostra morte Dobbiamo rimanere cosi.
Silenziose, dolci, sottomesse, siamo come i fiori,
tranquille, serene, placide, deboli.
Non alziamo la voce,è proibito parlare.
Se vogliamo protestare Piangiamo in silenzio
Fino all’ora della nostra morte.
Nelle ore della nostra vita parliamo forte,
gridiamo, protestiamo,viviamo la vita pienamente.
Siamo come fiumi di grande portata, rumorosi e forti.
Nelle ore della nostra vita Siamo donne.

(Hilda Morales)

(eng)
I was born in Flores, I have a daughter, a son and grandchildren who, I hope, will live in a more just society. In a country like Guatemala, where a rapist can redeem himself by marrying the woman he’s raped, my aim is to make it possible for women who’ve been abused to have the right to seek justice. I’ve written numerous essays on social and political issues and I also use poetry to express our deeply rooted pain.

"Hours of death hours of life"

Until the hour of our death We must stay like this
Silent, sweet, subdued,we are like flowers,
Tranquil, serene, placid, weak.
Don’t raise your voice,it’s forbidden to speak.
If we want to protest we weep in silence
Until the hour of our death.
In the hours of our life
We speak out loud, we shout, we protest
We live our lives to the full.
Like a river in full flow, Loud and strong.
In the hours of our life we are women.

(Hilda Morales)
Antonia Baley - Rabinal, Guatemala
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Antonia Baley - Rabinal, Guatemala
Contadina - Agricultural worker

(ita)
.mi fa male ricordare e sentire raccontare tutto quello che abbiamo subito. Mi hanno fatto tante cose... quelli dell’eser- cito... è stato orribile! Ero una donna incinta di 7 mesi, il mio bambino è nato morto... cominciammo a rifugiarci in monta- gna dove siamo rimaste tre anni senza cibo e senza casa...Del nostro villaggio non è rimasto niente, perché incendiarono tutto... non riesco a raccontarvi tutto, non lo sopporto. Adesso le cose vanno un po’ meglio, faccio parte di un gruppo di lavoro sostenuto dall’ Associazione “Ecap” , un gruppo di bravi psicologi che mi aiutano a sopravvivere al mio passato.

(eng)
It makes me ill to remember and hear people talk about what we’ve been through. They did such things to me... those soldiers... it was terrible! I was seven months pregnant, my child was born dead... We started to hide in the mountains, we were there for three years without food or houses. Nothing’s left of our village, they burnt down everything... I can’t tell you all that happened, I can’t bear it.
Things are a little better now. I’m part of a work group supported by ECAP, an association of skilled psychologists who are helping me come to terms with my past.
Rosalina Tuyuc - Città di Guatemala, Guatemala
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Rosalina Tuyuc - Città di Guatemala, Guatemala
Deputata al Congresso della repubblica, fondatrice dell’ Associazione di vedove “Conavigua”, Presi- dente del Programma Nazionale di Risarcimento
Member of the Congress of the Republic, founder of the widows’ association “Conavigua”, President of the National Pro- gram for Compensation

(ita)
Sono maya Cakchiquel, ho cominciato a partecipare alla lotta del movimento contadino ed a quello per la difesa dei Diritti Umani quando sequestrarono mio padre nel luglio del 1981, e il mio primo marito nel 1985. In Guatemala oltre 70.000 donne hanno subito la mia stessa sorte: siamo state violate nella vita familiare, nella vita sociale, colpite nella propria identità indi- gena e violentate e torturate nel nostro essere di donna. Ancora oggi i miei figli mi chiedono se possono sotterrare il loro padre... ed io non ho una risposta per loro.
Oggi come presidente del Programma Nazionale di Risarcimen- to, finalmente riesco a dar voce alle migliaia di persone soprav- vissute; per loro la cosa più importante è cominciare a parlare di quello che è successo. Il silenzio è come un microbo che mangia dentro. Infatti la parte psicologica del programma è la più impor- tante, tutte le persone intervistate la prima cosa che segnalano è il dolore, la frustrazione e la solitudine che provano.

(eng)
I am a Maya Cakchiquel. I started to take part in the farmworkers’ movement and the struggle to defend human rights when they seized my father in June 1981 and my first husband in 1985.
In Guatemala over 70,000 women have suffered the same fate I have. We have been violated in our homes and in our social life, our indigenous identity has been attacked, as women our bodies have been raped and tortured.
Still today my children ask me if they can bury their father... And I have no answer for them.
Now, as President of the National Program for Compensation, I can finally speak out for the thousands of survivors. The most important thing for them is that we begin to talk about what’s happened. Silence is like a microbe that devours from within. That’s why the psychological part of the problem is the most important, for all the people interviewed the first thing they mention is the pain, the frustration and the loneliness they suffer from.
Yolanda Aguilar - Città di Guatemala, Guatemala
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Yolanda Aguilar - Città di Guatemala, Guatemala
Avvocato, militante per i diritti delle donne - Lawyer, women’s rights activist

(ita)
...allora ero studentessa, mio padre fu ucciso in un incidente stradale simulato nel quale perse la vita anche mio fratello: la vittima doveva essere mia madre. Si chiamava America ed era un’avvocatessa dell’Associazione Nazionale dei Lavorato- ri. Avevo quindici anni quando fui presa nell’79... subii con- tinui abusi sessuali, torture... durante la prigionia pensavo a mia madre, la donna che mi aveva insegnato a credere in un mondo migliore... non ho più saputo nulla di lei. Quando fui rilasciata, persi la vista per tre mesi a causa dei colpi ricevuti... sia fisici che mentali.
Non parlo più del dolore... adesso la cosa più importante è come ne sono uscita. Con la mia Associazione lavoriamo pro- prio su questo. La parte più importante nel lavorare con le donne vittime di violenza è lavorare sulla vittimizzazione. Il nostro progetto si chiama non a caso “Da Vittime ad Attrici”, ed ha lo scopo di rendere le donne soggetti attivi della loro ricostruzione scagionandole dal ruolo di vittime. Trasformar- si in soggetto significa lottare tutti i giorni, contro il dolore e per la giustizia, per riuscire così ad aiutare altre donne... e non sempre è facile. Mantenere un immagine forte, non ti per- mette di crollare... e io ritengo che bisogna crollare. Bisogna imparare anche ad essere deboli... noi donne ci carichiamo sempre della salvezza dell’umanità.

(eng)
...I was still a student, my father and brother were murdered in a faked road accident that was supposed to have killed my mother. She was called America and she worked as a lawyer for the National Association of Wor- kers. I was fifteen when they seized me in 1979... I was abused sexually, tortured over and over again... While I was imprisoned I thought about my mother, the woman who’d taught me to believe in a better world... I never knew anything more about her. When I was released, I lost my sight for three months as a result of the blows I’d received... both physical and mental. I don’t talk about the pain any longer...The most important thing for me now is how I came through it. That’s exactly what our Association works toward. The most important aspect of working with women who are victims of violence is to work on their sense of victimization. Our project is called “From Victims to Actors” and its aim is to make women able to esca- pe from the role of victim and to actively rebuild themselves, as subjects. Becoming a subject means fighting every day, against pain and for justice, in order to be able to help other women... and it isn’t always easy. If you want to look strong all the time, you can’t break down... and I think you need to break down. You have to learn to be weak as well... We women are always taking the salvation of humanity onto our shoulders.
Yolanda Colom - Città di Guatemala, Guatemala
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Yolanda Colom - Città di Guatemala, Guatemala
Scrittrice, ex rivoluzionaria, militante dei diritti della donna
Writer, ex-revolutionary, women’s rights activist

(ita)
...alla lotta sociale ho dedicato la vita. Ho vissuto in clandestini- tà per vent’anni e in esilio per molti altri. Sono tornata nel mio paese da poco tempo... sto vivendo una rinascita, mi sono riap- propriata del mio nome... nessuno poteva più chiamarmi cosi’. Ho perso il mio compagno di vita e di lotta che mi ha insegnato che non è tutto politica e ideologia, ma esiste la musica, la na- tura, la poesia. È stato un prezzo molto alto da pagare far parte della guerriglia, ma una fortuna a viverla, sopravvivere e riflette- re su di essa. Pur avendo le condizioni ideali per essere felice e una famiglia benestante e amorevole, la realtà del mio popolo mi commosse a tal punto da spingermi alla lotta. Siamo sempre stati democratici e dalla parte dei più disagiati, mio padre era av- vocato per i diritti del lavoro, e mio zio Manuel allora sindaco di Città di Guatemala, fu ucciso all’inizio del colpo di stato militare. Ho fatto parte della resistenza urbana, avevo missioni anche in montagna per comunicazioni, armi, notizie, medicine... accom- pagnavo i dirigenti e a volte guidavo 24 ore senza sosta. Al mio rientro ho trovato un paese peggiore... questa società è malata spiritualmente, in tutte le espressioni della vita vedo aggressività e intolleranza. Adesso non ci sono armate, non ci sono partiti che entusiasmano la gente, quella gioventù ribelle che è la mia gen- te. Adesso, i giovani più emarginati e poveri si identificano nelle bande criminali: quello è il loro modo di protestare contro una società che gli è ostile. Continuo a coltivare il sogno che la forza della parola rivoluzionaria possa radicarsi nelle coscienze.

(eng)
...I’ve devoted my life to social struggle. I lived in hiding for twenty years and in exile for more than that. I hadn’t been back in my own country for such a long time... I feel reborn, I’ve regained possession of my name... No one had been able to use it for so long. I lost my partner in life and in the struggle, he taught me that politics and ideology aren’t everything, thers music, and nature, and poetry. It was a very high price to pay for taking part in the guerilla forces. But it’s a privilege to have lived it, to have survived and to be able to reflect on it now. Despite having ideal conditions for happiness and a family that was loving and comfortably off, the reality in which my people lived moved me so much that I was pushed into resistance. We were always democratic and on the side of the under-privileged, my father was a lawyer specializing in labor rights, my Uncle Manuel was Mayor of Guatemala, he was killed straight after the military coup. I was part of the urban resistance, I undertook missions, in the mountains too, for arms, information, medicine... I accompanied the people in charge, often I drove twenty-four hours without a break. I came back to a country that was worse than before... this society is spiritually sick, in every walk of life I see nothing but aggressiveness and intolerance. There are no more armies, no more parties to excite the young people, the rebellious youth that are my people. The- se days, the poorest and most excluded young people define themselves by joining criminal gangs: that’s their way of protesting against a society that regards them with hostility. I continue to nourish the dream that the power of the revolutionary message can root itself into peoples consciences.
Tessuti per le gonne, Guatemala - Material for women skirts, Guatemala
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Tessuti per le gonne, Guatemala - Material for women skirts, Guatemala
Fosse comuni, Rabinal, Guatemala - Cemetery, Rabinal, Guatemala
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Fosse comuni, Rabinal, Guatemala - Cemetery, Rabinal, Guatemala
Città di Guatemala, Guatemala - Guatemala City, Guatemala 
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Città di Guatemala, Guatemala - Guatemala City, Guatemala 
Distaccamento militare, ex centro di detenzione, Rabinal, Guatemala - Police station, ex torture and clandestine detention centre, Rabinal, Guatemala
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Distaccamento militare, ex centro di detenzione, Rabinal, Guatemala - Police station, ex torture and clandestine detention centre, Rabinal, Guatemala
Rabinal, Guatemala
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Rabinal, Guatemala
Muro del Pianto, Gerusalemme - Wailing wall, Jerusalem
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Muro del Pianto, Gerusalemme - Wailing wall, Jerusalem
PALESTINA

ita
A seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, gli accordi di armistizio tra Israele ed i vicini stati arabi eliminarono la Palestina come territorio definito. Con la costituzione di Israele, le terre rimanenti furono suddivise tra Egitto, Siria e Giordania. Dal 1960 in poi il termine “Palestina” fu usato regolarmente in contesti politici. Diverse dichiarazioni, come la proclamazione dello Stato di Palestina da parte del PLO (Palestine Liberation Organization) del 15 novembre 1988, fece riferimento ad un paese chiamato Palestina, definendo i suoi confini basandosi sulle risoluzioni 242 e 383 dell’ONU, e sul principio di “Land for Peace” (Terra per la Pace). La Linea Verde è il confine stabilito nel 1967 da diverse risoluzioni dell’ONU. La violenza tra le fazioni delle Autorità Palestinesi (PA) e le proprie forze di sicurezza, e tra fazioni politiche e gruppi armati, causarono un ulteriore peggioramento della sicurezza nella Sponda Occidentale e nella Striscia di Gaza. Conflitti armati, attacchi e rapimenti dai Gruppi Armati Palestinesi aumentarono, e numerosi palestinesi furono uccisi nel mezzo dell’anarchia crescente. Le stragi di israeliti da parte dei Gruppi Armati Palestinesi sono diminuite in modo considerevole rispetto agli anni passati.

eng
Following the 1948 Arab-Israeli War, the 1949 Armistice Agreements between Israel and neighboring Arab states eliminated Palestine as a distinct territory. With the establishment of Israel, the remaining lands were divided among Egypt, Syria and Jordan. From the 1960s onward, the term "Palestine" was regularly used in political contexts. Various declarations, such as the 15 November 1988 proclamation of a State of Palestine by the PLO, referred to a country called Palestine, defining its borders based on the UN Resolutions 242 and 383 and the principle of Land for Peace. The Green Line was the 1967 border established by many UN resolutions. Inter-factional violence within the Palestinian Authority (PA) and its security forces, and between political factions and armed groups, caused further deterioration in security in the West Bank and Gaza Strip. Armed confrontations, attacks and abductions by Palestinian armed groups increased, and scores of Palestinians were killed amid growing lawlessness. Killings of Israelis by Palestinian armed groups diminished significantly compared to previous years.
Fatima Abu-Khalill Tulkarem - Janin, Palestina
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Fatima Abu-Khalill Tulkarem - Janin, Palestina
Laureanda in Tecnologia della Medicina - membro di Corporation Society e Women Study Centre
Medical Technology final-year student - Member of the Coroporation Society and the Women Study Centre

(ita)
...Ho 21 anni, tre sorelle e un fratello ucciso dai soldati nel 2003: Aveva 15 anni quando venne ucciso. ....dicevano che era un leader ma era un bambino! Vennero tutti i giorni a casa finché non lo trovarono. Arrivarono alle 4 di mattina, stavamo dormendo, gli spararono in testa.
Mia sorella è stata in prigione per sei mesi dopo la sua morte, forse pensavano che avesse in mente qualcosa... poi la libera- rono. L’anno prossimo si laurea anche lei...
Mia madre è una donna forte, mi piace molto. Dice sempre quello che vuole. Qui le donne possono dire solo poche pa- role... La mia vita non è facile: l’università è lontana da casa e viviamo sotto l’occupazione... mi piacerebbe lavorare in ospe- dale, chissà se sarà possibile...
Per il momento non penso al matrimonio, devo fare ancora tante cose. Preferisco lavorare duramente ora, per costruirmi una vita diversa da quella di mia madre.

(eng)
I’m 21, with three sisters and a brother who was killed by soldiers in 2003. My brother was 15 when he died.. They said that he was a ringleader but he was a child!
They came to the house every day until they found him. They came at four o’clock in the morning, we were still asleep, they shot him in the head. One of my sisters was in prison for six months after he died, maybe they thought she was planning something. Then they let her go. She’ll be graduating next year as well. My mother is a strong woman, I like her a lot. She always says what she wants. Here, women aren’t supposed to say very much. My life isn’t easy. The University is a long way from the house and we live under occupation. I’d like to work in a hospital, who knows if I’ll be able to.
I’m not thinking about marriage at the moment, I’ve got too many other things to do. I’d like to work hard now, to make a life for myself that isn’t like the one my mother has had.
Heyman Raifat Hamdn - Jenin, Palestina
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Heyman Raifat Hamdn - Jenin, Palestina
Sarta, referente del progetto di microcredito del “Women’s Worter Association e Italia Women’s in Black
Dressmaker, organizer for the micro-credit project of the Women’s Water Association and Italia Women in Black

(ita)
88
...Fin da giovane ho fatto attività politica. Durante la prima intifada sono stata arrestata e tenuta in prigione per diversi mesi, subendo torture di cui porto ancora evidenti segni sul corpo. Per il mio impegno politico mi sono sposata tardi... ora ho un figlio di sei anni. In questi tempi di assedi e continue incursioni, più volte i soldati israeliani hanno fatto irruzione in casa mia... in piena notte. Mio figlio è stato profondamente traumatizzato e teme costantemente che vengano a portarmi via... non mi abbandona mai!
Mio marito aveva un grande laboratorio di sartoria, molte don- ne lavoravano per lui... dalla seconda intifada il lavoro è sva- nito e il laboratorio è stato chiuso. Adesso, come molte altre donne palestinesi, sono io che sostengo economicamente la famiglia... con piccole attività di cucito, ricamo e preparazione di erbe e cibi organizzo gruppi di donne per lavorare insieme.

(eng)
Ever since I was a girl I’ve been involved in politics. During the first Inti- fada, I was arrested and held in prison for months, the signs of the torture I underwent can still be clearly seen on my body. Because of my political commitments, I married late... I now have a six-year-old son.
In this time of siege and constant incursions, Israeli soldiers have burst into my house more than once... in the middle of the night. My son is seve- rely traumatized and he’s terrified all the time that they’re going to take me away... don’t abandon me! My husband had a large dress-making busi- ness, many women worked for him... Since the second Intifada the work dried up and he’s been forced to close. Now, like many other Palestinian women, I’m the breadwinner in the family... I organize women’s groups to work together, sewing, embroidering, preparing herbs and food.
Jihan Anastas - Betlemme, Palestina
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Jihan Anastas - Betlemme, Palestina
Architetto, Ex Membro del Consiglio comunale di Betlemme, Attivista
Architect, Ex-member of Bethlehem Council, Activist

(ita)
...Ho studiato a Parigi, sono tornata sei mesi dopo l’inizio della prima intifada. D’allora sono diventata un’attivista per la pace... non come individuo, come parte di un popolo, un popolo occupato che soffre... non ho mai vissuto la mia vita come avrei voluto, e non sono l’unica. Non hai l’opportunità di pensare a te stesso. Ho lavorato al Parlamento Europeo per la pace e la ricostruzione con una donna israeliana...fu una grande esperienza. Durante l’invasione israeliana... due don- ne che lavorano per la pace, mentre gli uomini fanno la guer- ra. Abbiamo un forte legame, ma non possiamo incontrarci... a lei è vietato venire in Palestina e a me andare in Israele.
Ho creato un gruppo di lavoro di ricamo, coinvolgendo i figli nella preparazione dei disegni.... Le donne devono nasconde- re la paura, la tristezza, essere felici davanti ai propri figli, ma non possono proteggerli, i bambini lo sentono cominciando a chiudersi e a diventare aggressivi... I primi dipinti erano com- pletamente in bianco e nero, i temi erano inerenti alla guerra. Ultimamente vedo colori molto più gioiosi, vedo alberi... Per via del muro che stanno costruendo intorno ai villaggi, non sò quanto riuscirò ad incontrarle.... a volte, vedendo il muro, anche io sono bloccata. Il muro non è solo di cemento ma è un blocco psicologico dentro ogni persona che vive qui. Noi donne oggi dobbiamo resistere sia al radicalismo che al fon- damentalismo... è un lavoro duro ma non ci fermeremo.

(eng)
...I studied in Paris and came back six months after the start of the first Inti- fada. Since then I’ve become an activist for peace... not as an individual but as part of a people, a people suffering under occupation... I’ve never lived my life the way I wanted to, and I’m not the only one. You have no opportunity to think for yourself. I worked for peace and reconstruction at the European Parliament alongside an Israeli woman... it was a great experience... two women working for peace while the men waged war. We’re still close to each other, but we can’t meet up... She can’t come to Palestine and I can’t go to Israel. I’ve set up an embroidery work group, involving our children in the preparation of the designs... Women have to hide their fear and sadness and pretend to be happy for their children, but they can’t protect them. The children sense the fear, they become withdrawn and then aggressive... the first drawings were in black and white and dealt with war themes. Now I see brighter colors, trees... They’re building a wall around our village and I don’t know how much longer I’ll be able to see the group... sometimes, seeing the wall, I feel blocked as well. The wall isn’t just concrete, it’s a psychological block inside everyone of us living here. We women have got to resist both radicalism and fundamentalism... it’s hard but we won’t give in.
Samia Bamieh - Ramallah, Palestina
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Samia Bamieh - Ramallah, Palestina
Ministro affari esteri
Ex Ministry of Foreign Affairs

(ita)
...Sono nata in Libano, dove sono cresciuta... finiti i miei studi mi sono sposata, ho avuto la mia prima bambina sei mesi prima dell’invasione israeliana...
Ho sempre fatto politica: quando inizi a venti anni ti dimen- tichi della tua vita... sono finita nella storia delle militanti e nella storia delle madri... ma ho perso la donna durante il per- corso. Con la mia famiglia abbiamo vissuto ovunque... nel ‘96 aspettando le elezioni, pensai: qualsiasi cosa succederà noi torniamo. I miei figli di 12 e 13 anni, dissero: questo è il no- stro paese, noi ci torniamo, abbiamo il diritto di vivere dove vogliamo... nessuno ci può buttare fuori.
Penso sia stata la decisione giusta....loro si sentono palesti- nesi, io ed altri della mia generazione non apparteniamo a nessun luogo. Alcuni amici mi dicevano: ti senti sicura a tor- nare? La mia risposta è stata: appartengo ad un sogno non ad una geografia... e di quel sogno ho paura... ci sentiamo clan- destini... quale stato, quale casa, quale paese può esserci tra delle mura? Non posso dire di essere ottimista... posso solo essere una palestinese che vive in Palestina. Questa è la mia realtà quotidiana, non posso essere una testimone... ne sono parte, l’unica cosa che posso fare è cercare di cambiare la si- tuazione...

(eng)
...I was born and grew up in Lebanon. After finishing my studies I got married, I had my first child six months before Israel invaded...
I’ve always been involved in politics. When you start at the age of twenty you forget your own life... I ended up as a militant and a mother... but somewhere along the way I’ve lost the woman. My family and I have lived all over the place... In 1996, before the elections, I thought: Whatever happens, we’re going back. My children, 12 and 13 years old, said: This is our country, we’re going back, we have the right to live where we want... nobody can throw us out.
I think it was the right decision... They feel Palestinian, people like me, of my generation, don’t belong anywhere. Friends said to me: Do you feel safe going back? My answer was: I don’t belong to a geography but to a dream, and I’m afraid of that dream... we’re under occupation... we feel like illegal immigrants... What state, what house, what country can exist behind walls? I can’t say I’m optimistic... All I can be is a Palestinian who lives in Palestine. That’s my daily truth, I can’t be a witness... I’m a part of it, the only thing I can do is try to change the situation...
Zhaira Kamal - Ramallah, Palestina
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Zhaira Kamal - Ramallah, Palestina
Ex Ministro Women’s Affairs
Ex Minister of Women’s Affairs

(ita)
Avere un ministro donna era sicuramente un sogno... è stata una battaglia lunga! Oggi lavoriamo per promuovere il ruolo delle donne nella società e portarle nel processo decisiona- le. Ci lavoro dagli anni settanta, come femminista e pioniera nell’istituzione di centri, programmi di sviluppo e cooperazio- ne internazionale per le donne.
Dico che qualche volta dobbiamo usare la nostra coscienza... Ascolta, noi non abbiamo una nostra economia indipendente: abbiamo bisogno di assistenza finanziaria, supporti, leggi e di governi senza paura... tutti hanno paura di parlare contro le leggi israeliane per il timore di essere scambiati per antisemi- ti. Ma se le donne israeliane dicono pubblicamente cosa ve- dono, cosa sentono, le cose cambiano. Se lavorassimo su una strategia comune basata sui media, insieme come un’unica voce senza paura...Questa sì che sarebbe umanità!

(eng)
A woman minister is certainly a dream come true... it’s been a long battle! Now we’re working to promote the role of women in society and to ensure them decision-making power. I’ve been working for this since the 1970s, as a feminist and pioneer in the setting up of centers, and development and international cooperation programs for women.
I believe that sometimes we have to use our consciences. Listen, we have no independent economy; we need financial assistance, support, laws and governments that aren’t afraid... Everyone’s scared of speaking against Israeli legislation in case they sound anti-Semitic. But if Israeli women speak out and say what they see and hear, things will change. If we worked on a common strategy based on the media, a single, united, fearless voice, that really would be humanity!
Terry Boullata - Gerusalemme, Palestina
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Terry Boullata - Gerusalemme, Palestina
Docente universitario - University lecturer

(ita)
Io sono cristiana di Gerusalemme e mio marito è musulmano. Lui si è dovuto trasferire dall’altra parte, nella “west bank”. Se mi spostassi anch’io, perderei i privilegi della carta d’ identità di Gerusalemme e il lavoro.
Così ora le mie figlie sono divise tra me e lui. Loro lo adorano, è un buon padre: stanno tre giorni con lui e quattro con me. Poiché non vogliono più palestinesi a Gerusalemme, se sposi qualcuno del west bank, i figli ne perdono automaticamente la residenza: ho dovuto provare per anni che studiavano e si vaccinavano qui!
I posti di blocco sono aumentati e arriverà il momento che servirà il visto anche per andare a lavorare a Ramallah. È un altro modo di fare terrorismo.
Per passare i check-point ci metto 2 o 3 ore, però almeno pos- so lavorare in Palestina e in Israele. Immagina che problemi se non potessi più entrare e uscire liberamente...

(eng)
I’m a Christian from Jerusalem and my husband is Muslim. He had to move to the West Bank to be with me. If I’d moved I would have lost my Jerusalem identity card and my job.
Because of this, my daughters are split between the two of us. They adore him, he’s a good father. They spend three days with him and four with me. They don’t want any more Palestinians in Jerusalem so if you marry someone from the West Bank your children automatically lose residence rights. I’ve spent years proving that they studied and were vaccinated here! There are more checkpoints than ever and before long we’ll need a visa to go and work in Ramallah. This is terrorism too.
It takes two or three hours to get through a checkpoint, but at least I can work in Palestine and Israel. Imagine the problems I’d have if I wasn’t allowed to go in and out...
Check Point Kalandia, tra Gerusalemme e Ramallah - Check Point Kalandia, between Jerusalem and Ramallah
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Check Point Kalandia, tra Gerusalemme e Ramallah - Check Point Kalandia, between Jerusalem and Ramallah
Gerusalemme - Jerusalem
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Gerusalemme - Jerusalem
Betlemme, Palestina Bethlem
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Betlemme, Palestina Bethlem
Strada, Gerusalemme - On the road to Jerusalem
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Strada, Gerusalemme - On the road to Jerusalem
Muro del Pianto, Gerusalemme - Wailing wall, Jerusalem
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Muro del Pianto, Gerusalemme - Wailing wall, Jerusalem
Nyanza, Rwanda
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Nyanza, Rwanda
RWANDA

ita
Nel 1990, il Fronte Patriottico del Ruanda (RPF) dominato dai Tutsi invase il Ruanda dall’Uganda. Durante il conflitto, i maggiori funzionari del governo rwandese, in maggioranza Hutu, iniziarono segretamente ad addestrare giovani uomini creando gruppi paramilitari chiamati Interahamwe. I funzionari del governo crearono una stazione radio che iniziò una propaganda anti-Tutsi. Il governo militare di Habyarimana rispose all’invasione dell’RPF con persecuzioni contro i Tutsi, che dichiarava volessero ri-schiavizzare gli Hutu. Nell’agosto 1993 in governo e l’RPF firmarono un accordo di ‘cessate il fuoco’ conosciuto come gli Accordi di Arusha ad Arusha, in Tanzania, per istituire un governo con poteri condivisi, ma il conflitto tra le due parti continuava. L’ONU inviò forze di pace denominate Missione di Assistenza Nazioni Unite per il Ruanda ma erano povere di fondi e personale. Durante il conflitto armato, l’RPF fu accusato di aver bombardato la capitale Kigali. Gli attacchi erano in realtà compiuti dall’esercito Hutu come parte della campagna per giustificare un crollo politico e violenza etnica. Il 6 aprile 1994, il presidente Habyarimana fu assassinato. Non è ancora chiaro chi fu responsabile dell’assassinio. Durante i successivi tre mesi, con addestramento ed assistenza logistica e militare dalla Francia, i militari e il gruppo paramilitare Interahamwe uccisero circa 1.000.000 tra Tutsi e Hutu moderati nel genocidio del Ruanda. L’RPF continuò l’avanzata verso la capitale, ed occupò le regioni del nord. Gli stati membri delle Nazioni Unite si rifiutarono di rispondere alla richiesta di Unamir per aumentare le truppe e i finanziamenti. Nel frattempo, le truppe francesi furono inviate con l’Operazione Turquoise a stabilizzare la situazione, ma questo peggiorò solo le cose. Il 4 luglio 1994 la guerra ebbe termine appena l’RPF entrò a Kigali. Oltre 2 milioni di Hutu lasciarono il paese.

eng
In 1990, the Tutsi-dominated Rwandan Patriotic Front (RPF) invaded Rwanda from Uganda. During the fighting, top Rwandan government officials, mainly Hutu, began secretly training young men in informal armed bands called Interahamwe. Government officials also launched a radio station that began anti-Tutsi propaganda. The military government of Habyarimana responded to the RPF invasion with pogroms against Tutsis, whom it claimed were trying to re-enslave the Hutus. In August 1993 the government and the RPF signed a cease-fire agreement known as the Arusha accords in Arusha, Tanzania, to form a power sharing government, but fighting between the two sides continued. The UN sent a peacekeeping force named the United Nations Assistance Mission for Rwanda but this was under-funded and under-staffed. During the armed conflict, the RPF was blamed for the bombing of the capital Kigali. The attacks were actually carried out by the Hutu army as part of a campaign to create a reason for a political crackdown and ethnic violence. On 6 April 1994, President Habyarimana was assassinated. It remains unclear who was responsible for the assassination. Over the next three months, with logistical and military assistance and training from France, the military and Interahamwe militia groups killed about 1,000,000 Tutsis and Hutu moderates in the Rwandan genocide. The RPF continued to advance on the capital, and occupied the northern regions. UN member states refused to answer UNAMIR's requests for increased troops and money. Meanwhile, French troops were dispatched to stabilize the situation under Opération Turquoise, but this only exacerbated the situation. On 4 July 1994, the war ended as the RPF entered Kigali. Over 2 million Hutus fled the country.
Angelique Mukabukiri - Ntarama, Rwanda
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Angelique Mukabukiri - Ntarama, Rwanda
Allevatrice di bovini - Cattle breeder

Ita
...Sono una sopravvissuta al massacro della Chiesa di Ntara- ma... Con mia figlia in braccio abbiamo camminato per set- timane... a volte, mi sentivo come la Vergine, a volte, come Cristo nella Via Crucis. Purtroppo ci trovarono, mi colpirono alla testa e svenni... mi risvegliai con mia figlia morta tra le braccia. Nonostante tutto ho avuto la forza di continuare a cercare mio marito, mio padre... ma erano tutti morti.
Avevo scoperto la cattiveria degli uomini... pur nascondendo- mi aspettavo la mia sorte.
Oggi vivo con i miei nipoti e faccio parte di un’Associazione di sedici donne vedove, insieme abbiamo elaborato un proget- to di allevamento di bovini vincendo un concorso finanziato da una banca italiana. Ho imparato ad accettare il destino, e sono decisa a continuare a vivere.

eng
...I’m one of the survivors of the massacre of Ntarama church... I walked for weeks with my daughter in my arms... sometimes I felt like the Virgin, sometimes like Christ on the Via Crucis.
Unfortunately they found us, they hit me on the head and I passed out... When I came round, my daughter was dead in my arms. In spite of eve- rything I found the strength to carry on and look for my husband, my father... but they were all dead.
I’d discovered how evil people could be... Even as I was hiding I was waiting for my destiny.
I live with my grandchildren now. I’m part of an association of sixteen wi- dows, together we’ve drawn up a project for breeding cattle and we’ve won the financial backing of an Italian bank. I’ve learnt to accept my destiny, and I’m determined to carry on living.
Alicia Muberango - Butare, Rwanda
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Alicia Muberango - Butare, Rwanda
ita
...Cominciata la guerra, per salvarci mio marito ed io ci siamo divisi, ma lui non ce l’ha fatta. Mi sono nascosta nelle paludi... ogni notte venivano uomini, che mi obbligavano a stare con loro, uno veniva, l’altro andava, sono stata contaminata... non posso dire da chi, erano tanti... alcuni di loro, pur sapendo di essere sieropositivi volevano contaminare tutti.
Dopo la guerra mi sono risposata e ho avuto due figli, incinta della seconda, ho cominciato a stare male. All’inizio l’ ho na- scosto a mio marito, per vergogna, sono andata all’ ospedale di Butare lontano da casa, dove ho cominciato a curarmi. Pian- gevo, volevo morire, pensavo che sarebbe stato meglio se fossi morta durante la guerra. I miei figli sono sani e le cure vanno bene... ed io, vorrò stare il più a lungo possibile con loro.

eng
...When the war started my husband and I separated, but he didn’t make it. I hid in the marshes... men came every night, they forced me to be with them, one came, another went, I was infected. I don’t know who did it, there were so many.. Some of them knew they were HIV positive, they wanted to infect everyone. After the war I married again and had two children. While I was expecting the second one I started to feel ill. To begin with, I hid it from my husband, I was ashamed. I went to the hospital in Butare, far from home, and started to get treatment. I cried, I wished I was dead, I thought it would have been better if I’d died during the war. My children are healthy and the treatment is working... and now I want to be with them for as long as I possibly can.
Consolee Maribori - Butare, Rwanda
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Consolee Maribori - Butare, Rwanda
Medico Ginecologa - Gynecologist at Kigali Hospital

ita
...Ero in Italia la prima volta che ho sentito parlare della guer- ra in Rwanda... ho i capelli bianchi, ma non a causa dell’età; mi sono venuti il 18 Aprile del 1994. Sono cattolica, però ci sono delle cose che mi fanno paura... quando vedo una per- sona con il rosario al collo, mi ritornano in mente le immagini che ho visto, gente che correva e uccideva... con il macete in mano e il rosario al collo. Sono tornata in Africa dopo undici anni, ho lavorato per quattro anni con “Medici senza frontie- re”, poi sono voluta tornare... ho deciso che volevo sentirmi rwandese in Rwanda. A lungo ho avvertito paura e disagio per l’atteggiamento discriminante verso chi come me aveva vis- suto all’estero durante il genocidio. Ho cominciato a lavorare con le donne. Ascoltandole ho capito cosa era successo... le violenze che hanno subito, divenute atti legittimi, da non pu- nire. Oggi sostengo molte associazioni... e ho capito che la vita continua.

eng
I was in Italy the first time I heard any talk about the war in Rwanda... I’ve got white hair, but not because of my age; my hair went white on 18 April 1994. I’m catholic but there are things that frighten me... When I see someone with a rosary round his neck, the scenes come back to me of people running and killing with machetes in one hand and rosaries round their necks. I came back to Africa after eleven years, I worked for four years with Médecins sans frontières, then I decided that I wanted to come home, to be a Rwandan in Rwanda. It took a long time to stop feeling afraid and uncomfortable because of the prejudice against people who’d lived abroad during the genocide. I started to work with women. Listening to them, I understood what had happened... the violence they’d suffered, which had been exonerated, and was now unpunishable.
I work with numerous associations now... I’ve learnt that life goes on.
Dafrose Mukanyemazi - Gitarama, Rwanda
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Dafrose Mukanyemazi - Gitarama, Rwanda
Sarta - Dressmaker

ita
...Noi donne abbiamo sofferto di più la guerra perché quando fuggivamo lo facevamo con i nostri bambini, mentre gli uomi- ni scappavano da soli.
Ho perso mio marito... ma di fronte a tutto questo non mi sono mai fermata, dovevo fare qualcosa per vivere, per far vi- vere gli orfani e aiutare le altre donne sopravvissute.
Per mia fortuna avevo un mestiere, questo mi ha aiutato ad andare avanti, mi ha salvato e permesso di crescere i miei fi- gli e mandarli a scuola. In questa regione molte donne fanno questo mestiere, quindi abbiamo formato un’associazione che ci aiuta a crescere insieme.

eng
We women suffered most during the war because when we fled we had to take our children with us, while the men ran away by themselves.
I lost my husband... but in spite of everything I never gave in, I had to do something to live, to keep the orphans alive and help the other women who’d survived.
Luckily I had a trade and that helped me keep going, it saved me and gave me the means to bring up my children and send them to school.
A lot of women work as dressmakers in this region, so we’ve formed an association that helps us grow together.
Monique Mukakarera - Ntenyo, Rwanda
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Monique Mukakarera - Ntenyo, Rwanda
Sindaco di Ntenyo, membro dell’Associazione di donne “Ubumwe”
Mayor of Ntenyo, member of the women’s association “Ubumwe”

ita
...Negli anni, gli Hutu, avevano creato dei registri con le liste dei Tutsi, accanto ad ogni nome c’erano delle linee, la prima, stava ad indicare che eri Tutsi, la seconda, che avevi studiato e la terza che avevi qualche familiare all’estero. Io le avevo tutte e tre ed ero condannata a morire.
Nell’ultimo nascondiglio con mio figlio, pensavo a tutto quel- lo che avevo visto e vissuto nei giorni passati... ho fatto una promessa a Dio: che se mi fossi salvata avrei fatto qualsiasi cosa mi avesse chiesto di fare.
Quando sono cominciate le elezioni, non volevo farmi elegge- re, ma poi ho ricordato la promessa fatta, così ho accettato.

eng
Over the years, the Hutu created registers with lists of the Tutsi. Beside each name there were lines. One line meant that you were Tutsi, the second that you’d studied and the third that you had relatives abroad. I had all three lines and so I was condemned to death.
In the last hiding-place, with my son, I thought of everything I’d seen and done in the days before that... I made a vow to God: that if I was saved I’d do whatever he asked of me.
When the elections began, I didn’t want to stand but then I remembered the vow I’d made and I agreed to do it.
Monique Mukakarera - Ntenyo, Rwanda
Sindaco di Ntenyo, membro dell’Associazione di donne “Ubumwe”
Mayor of Ntenyo, member of the women’s association “Ubumwe”
Ancilla Mukarubuga - Kigali, Rwanda
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Ancilla Mukarubuga - Kigali, Rwanda
Responsabile “Progetto Ibuka” (Assistenza e costruzione case per gli orfani del genocidio). Ex presidente Associazione vedove “Avega” e Associazione “Pro Femme Twese”
Director of the Ibuka Project (providing assistance and house-building for the orphans of genocide). Ex-president of the widows’ association “Avega” and “Pro Femme Twese”

ita
...Nel ’94 mentre insegnavo in una scuola a kigali, vidi una lista di persone che dovevano essere uccise, insegnanti e ra- gazzi... Io ero su quella lista.
I militari circondarono la scuola, le nostre case erano sotto controllo, mia sorella si portò via i bambini per metterli al si- curo... ma i maschi furono presi e uccisi insieme a mio marito, le femmine portate via. Le ho ritrovate molto tempo dopo in un campo profughi. Non volevo più mandare le mie figlie a scuola... mio marito aveva studiato...ma era morto lo stesso. Non avevo più fiducia nella vita.
Tornate le mie sorelle dall’esilio andammo a vivere a Butare, non avevamo nulla, ma conobbi un’Associazione di soprav- vissuti con la quale poi ho lavorato per anni... mi ha aiutato a riacquistare la fiducia in me stessa e nel mondo.

eng
In 1994, while I was teaching in a school in Kigali, I saw a list of people who were going to be killed, teachers and students... I was on the list. Sol- diers surrounded the school, our houses were under military control, my sister took the children away to safety... But the men were rounded up and killed, my husband with them, the women were taken away. I found them much later on in a refugee camp.
I didn’t want to send my daughters to school any more. My husband had studied but he was dead just the same. I had no faith in life any longer. When my sisters came back from exile we went to live in Butare. We were left with nothing, but I came across a survivors’ association and worked with them for some years... They helped me regain my faith in myself and in the world.
Strada, Rwanda - On the road to Butare, Rwanda
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Strada, Rwanda - On the road to Butare, Rwanda
Tessuti per le gonne, Rwanda - Materials for women skirts, Rwanda
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Tessuti per le gonne, Rwanda - Materials for women skirts, Rwanda
Giardino della memoria, Rwanda - Garden of memory
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Giardino della memoria, Rwanda - Garden of memory
Strada, Rwanda - On the road to Nteyo, Rwanda
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Strada, Rwanda - On the road to Nteyo, Rwanda
Gitarama - On the road to Gitarama
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Gitarama - On the road to Gitarama
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